3. Gemma: del malato falansterio

Gemma la incontro per caso, mentre giro di casa in casa a fare le interviste. Ci incrociamo mentre rincasa, ed io citofono a casa sua.
“Quello è il mio campanello, serve qualcosa?”

Io le dico chi sono, le racconto del mio lavoro, della mia ricerca e le chiedo se posso farle qualche domanda su Priolo e su come si vive da queste parti.
“Scusa, se vuoi conoscere Priolo perchè non ci facciamo un giro, mica lo puoi conoscere dentro casa mia?” mi dice Gemma.
“Già, hai ragione… perchè no?” Le rispondo.

Gemma, ha 25 anni ed è nata a Priolo, ma studia al Dams di Bologna. È qui per le vacanze estive. È sveglia, mi piace. Non so come arriviamo a parlare di un libro di Erri De Luca Non ora, non qui. Ma piace ad entrambi.
“Questo libro mi ha fatto piangere come una fontanella, è un libro di ricordi ed io penso che nei ricordi noi troviamo le nostre favole, i nostri racconti e le nostre avventure più o meno piacevoli.”
In effetti, le spiego, è quello che faccio io, raccolgo storie avventure di persone legate a Priolo.

“Allora ti racconto la mia storia, i miei ricordi qui. Hai la macchina?”
“Certo, andiamo”.
“Sono nata qui, a Priolo. Mio padre, ha una piccola azienda industriale legata all’indotto dell’ISAB, produce cuscinetti a sfera, mia madre insegna a Siracusa, storia e filosofia. Ho un fratello, di 29 anni che lavora con mio padre. Ho passato tutta la mia adolescenza a progettare la fuga da questo schifo. Ogni giorno, ogni ora sognavo di lasciare Priolo per sempre.”

Siamo arrivati nel lungo viale industriale, la ex SS114, circondato dalle fabbriche.
“Io non sono nata a Priolo, io sono nata in una fabbrica! Non c’è confine fra industria e paese, c’è solo questo fiume d’asfalto che separa il metallo dal cemento armato, ma è solo una questione strutturale, di forma, di architettura, ma la sostanza è uguale. Priolo è un falansterio, da una parte della strada si lavora, dall’altra si dorme, si mangia, si vive. Ma è un falansterio, un unico blocco fisico, sociale e culturale. Qui si vive per la fabbrica. Ma del  non ha il valore del mettere in comune, del sacrificarsi per il bene comune. Ognuno qui pensa a se stesso, se non fosse così, dopo tutti i casi di inquinamento e di tumori, non avremmo tutti insieme, smontare pezzo per pezzo ‘ste fabbriche? No, invece loro (i priolesi), che fanno? Se ne fottono”.

Abbiamo scavalcato le fabbriche e siamo arrivati davanti al mare. Sembra assurdo, ma qui con sfondo di ciminiere e fumi c’è gente che fa il bagno, anzi ci sono pure due stabilimenti balneari, con tanto di ombrelloni e pattini. Gemma me li indica schifata: “ma tu ti rendi conto? Cioè lo sanno tutti che qui l’acqua è inquinata, che le industrie scaricano a mare i loro veleni, e loro che fanno… niente, anzi si fanno il bagno in quella brodaglia inquinata, e dicono pure che l’acqua e calda!”

Gemma è arrabbiata, delusa, afflitta.
“Quando potevamo, io e i miei amici, soprattutto d’estate scappavamo con le vespe a Fontane Bianche, lì il mare è bello, ma non è niente a confronto di quello che poteva essere qui se non si distruggeva tutto”.
Le chiedo “E d’inverno? Che facevate d’inverno o quando non potevate spostarvi verso Siracusa?” Lei sorride, beffarda: “Vieni ti faccio vedere che facevamo, e che continuano a fare i giovani qui”.

Andiamo verso San Focà, il quartiere operaio per eccellenza, costruito proprio per chi è venuto a lavorare qui negli anni ’50. Tra questi palazzi anonimi e tutti uguali, Gemma mi porta in uno spiazzo asfaltato di cemento con quattro panchine sempre di cemento ai lati ombreggiati da quattro grandi pini marittimi.
“Ecco questa è la “piazzetta”, non so neanche se ha un nome ufficiale, qui tutti la chiamiamo la “piazzetta”. Il luogo d’incontro di tutti i giovani priolesi che non possono fuggire. Si stava e si sta qui, a parlare, a bere e a fumare. Ora non vedi nessuno perchè è mattina ed è estate, ma di pomeriggio si riempie di ragazzi e di sera si riempie di drogati. E mi indica un paio di siringhe a terra, sotto gli alberi. Tu sai che Priolo è la centrale di spaccio di tutto il siracusano? Qui in questa piazza dopo una certa ora trovi gente che riesce a venderti ogni tipo di droga: si diceva che le prime pasticche di ecstasy girate in Sicilia venissero da qui. Venivano anche ragazzi da Catania, per comprare pasticche. O ciò che vuoi, dall’hashish all’eroina. E io, una idea di questo me la sono fatta: siccome qui si vive male, la gente non trova futuro ha bisogno di evadere con droghe e sostanze sintetiche, di tutti i generi e di tutte le maniere. La droga ti aiuta a non vedere lo schifo di niente che hai intorno. Credimi, Salvo, la mia adolescenza qui è stata una merda. Finiti gli studi classici, col consenso dei miei, sono scappata a Bologna, convinta di rimanere il più lontano possibile da Priolo e dal suo squallore, un po’ come la protagonista di quel film… Persepolis, sai?”

Mentre torniamo verso il paese, penso a come è brutto vivere in un posto dove non vuoi stare, e con il pensiero perenne di fuggire, da tutto e tutti.
“Ma davvero non torneresti mai?”, le chiedo cercando uno spiraglio potenziale di ottimismo.
“Mai. Anzi, solo se un giorno il falansterio si spezzerà: da un lato la zona industriale, le fabbriche e dall’altro un Paese, con una sua identità, una sua cultura, una sua storia. Salvo, praticamente, mai”.

“Vedremo”, le dico io, “vedremo”.

 

Testo di Salvo Messina
Voce e montaggio di Roberto Sammito

Musiche in Cc:
When the Sun Hits our Souls United in the Name of Peace and Love – Mad Creudo
Private Hurricane – Josh Woodward
Grey Snow – Josh Woodward
The Voices – Josh Woodward
There is someone waiting for you – Spin Project

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